Guida · AI e segreto professionale
Le chat con l'AI non sono coperte dal segreto professionale
Le conversazioni con l’AI non sono coperte da alcun segreto professionale. Il segreto tutela il rapporto tra professionista e cliente, non i dati che consegni a un fornitore esterno: una chat con ChatGPT, Claude o Gemini è un servizio di terzi. Ciò che vi scrivi esce dalla sfera protetta e, in un contenzioso, può essere acquisito.
Questa è la conseguenza pratica di un principio semplice che nel 2026 è diventato attualità giudiziaria. La affrontiamo qui in dettaglio; per il quadro completo su AI e riservatezza negli studi legali resta la pillar AI e segreto professionale.
Cosa ha stabilito la giurisprudenza
Nel corso del 2026 il rapporto tra chatbot e riservatezza è finito davanti ai giudici. Il caso più discusso, negli Stati Uniti, ha riguardato le conversazioni conservate dai fornitori di AI generativa: è stato chiarito che una chat con un chatbot non gode di un privilegio di riservatezza paragonabile a quello che protegge il colloquio tra avvocato e cliente, e che quei log possono essere oggetto di richiesta probatoria in giudizio. Gli stessi vertici del settore hanno dichiarato pubblicamente che ciò che si scrive a un assistente AI non è protetto da segreto legale.
In Italia non serve una pronuncia ad hoc per arrivare alla stessa conclusione: il principio discende già dall’ordinamento vigente. Il segreto professionale protegge una relazione fiduciaria, non un dato in sé, e non si estende automaticamente ai soggetti a cui il professionista quel dato lo consegna. Attenzione quindi al richiamo, molto diffuso, a “una sentenza italiana 2026”: al momento la lezione operativa è chiara a prescindere, e conviene ragionare sul principio, non su una massima specifica non verificata.
Art. 622 c.p.Perché la chat con l’AI è un “terzo”
Il segreto professionale, tutelato in Italia dall’art. 622 c.p. e dalle norme deontologiche, vieta al professionista di rivelare a terzi ciò che apprende in ragione del suo stato o ufficio. La domanda decisiva è dunque: la chat con l’AI è un terzo?
La risposta è sì. Quando incolli il testo di un atto in un assistente AI — sia esso ChatGPT, Claude o Gemini:
- il testo lascia il tuo dispositivo e viaggia verso i server del fornitore;
- viene elaborato e, in molte configurazioni, conservato da un’azienda esterna;
- può essere trattato secondo le condizioni d’uso del servizio, incluse — a seconda del piano — finalità di miglioramento dei modelli;
- non gode di alcuna protezione di riservatezza derivante dal tuo rapporto con il cliente.
In altre parole: il segreto copre te e il tuo studio, non l’infrastruttura di un fornitore che non è parte del mandato. Consegnare i dati identificativi di un cliente a quel fornitore equivale, sul piano della riservatezza, a rivelarli a un terzo.
Le conseguenze pratiche per avvocati e notai
Il problema non è “usare l’AI”: è cosa le fai leggere. Le conseguenze concrete sono tre.
- Piano deontologico e penale. Far uscire dati coperti da segreto verso un servizio terzo espone a contestazioni di violazione dell’obbligo di riservatezza, con i profili dell’art. 622 c.p. e delle regole deontologiche.
- Piano probatorio. Un log conservato dal fornitore non è “tua roba” protetta: in un contenzioso può essere richiesto e acquisito. Ciò che credevi confidenziale può diventare un documento.
- Piano protezione dati. La responsabilità della conformità resta tua, come titolare del trattamento: il principio di minimizzazione impone di trattare solo i dati necessari.
A questi si aggiunge un obbligo nuovo: la L. 132/2025 introduce per il professionista il dovere di informare il cliente sull’uso di sistemi di intelligenza artificiale. Sono piani distinti ma convergenti — e informare il cliente non ti mette al riparo se poi i dati escono in chiaro. Il punto lo approfondiamo nella guida dedicata alla L. 132/2025 e all’obbligo di informare il cliente.
L. 132/2025 art. 13Come ridurre l’esposizione
Se la chat con l’AI è un terzo, la difesa è non far uscire i dati identificativi. Non si tratta di rinunciare allo strumento, ma di dargli in pasto un testo che non contiene le persone reali. Il metodo, in tre mosse:
- Individua ogni dato che identifica una persona o una pratica: nome e cognome, codice fiscale, IBAN, indirizzo, numero di ruolo, importi che rendono riconoscibile il caso.
- Sostituisci con segnaposto coerenti — lo stesso valore reale diventa sempre lo stesso segnaposto — così l’AI ragiona sul contenuto senza vedere di chi si parla.
- Verifica che non resti nulla prima di inviare, e invia solo la versione mascherata.
Ecco un esempio su un passaggio tipico di un atto.
Il sig. Mario Rossi (C.F. RSSMRA80A01H501U), residente in Via Verdi 12, Milano, ha corrisposto la somma di € 48.500 sull'IBAN IT60X0542811101000000123456 in data 12/03/2026, come da mandato conferito allo Studio Bianchi.
Il sig. [NOME_1] (C.F. [CF_1]), residente in [INDIRIZZO_1], ha corrisposto la somma di [IMPORTO_1] sull'IBAN [IBAN_1] in data [DATA_1], come da mandato conferito allo [STUDIO_1].
Il testo a destra è ancora perfettamente lavorabile: puoi chiedere all’AI di riformulare il passaggio o verificarne la struttura logica, senza averle rivelato chi sia il cliente, quanto ha versato e su quale conto. La versione mascherata riduce l’esposizione; non è una garanzia di anonimato assoluto, ed è per questo che il controllo finale resta tuo.
PrivActa: mascherare in locale, prima dell’invio
Farlo a mano su ogni atto richiede tempo, e un CF dimenticato in una nota o un nome in una tabella basta a re-identificare una persona. È qui che entra uno strumento di supporto: PrivActa è uno strumento di supporto all’anonimizzazione che individua e maschera automaticamente nomi, codici fiscali, IBAN, indirizzi e altri dati italiani, sostituendoli con segnaposto coerenti — sul tuo dispositivo, in locale, prima che il testo raggiunga qualunque motore AI, che si tratti di ChatGPT, Claude, Gemini o un altro assistente. L’atto originale non esce mai dallo studio.
Non sostituisce il tuo giudizio — resta buona pratica ricontrollare il risultato — ma trasforma un controllo manuale, ripetuto e fallibile, in un passaggio veloce e sistematico. Se vuoi vedere il funzionamento passo per passo, scopri come funziona PrivActa; se eserciti la professione forense, la pagina dedicata agli avvocati spiega come si inserisce nel flusso di lavoro dello studio.
Prova PrivActa e rendi automatico questo controllo prima di ogni prompt: scarica PrivActa e lavora con l’AI tenendo i dati dei clienti sul tuo dispositivo.
Per il quadro deontologico e penale, leggi anche avvocati e AI: il segreto professionale e l’art. 622 c.p.
Domande frequenti
Le conversazioni con ChatGPT sono coperte dal segreto professionale?
No. Il segreto professionale tutela il rapporto tra il professionista e il cliente, non i dati che il professionista consegna a un fornitore terzo. Una chat con l'AI è un servizio gestito da un'azienda esterna: ciò che vi scrivi esce dalla sfera protetta e può essere trattato, conservato e, in un contenzioso, potenzialmente acquisito.
C'è una sentenza che lo stabilisce?
Nel 2026 il tema è emerso con forza in sede giudiziaria, soprattutto negli Stati Uniti, dove è stato chiarito che le conversazioni con un chatbot non godono di un privilegio di riservatezza paragonabile a quello avvocato-cliente e possono essere oggetto di richiesta probatoria. In Italia il principio discende già dall'art. 622 c.p. e dalla natura di 'terzo' del fornitore: nessuna norma estende il segreto alla chat.
Cosa rischia l'avvocato che incolla dati di un cliente nell'AI?
Rischia una violazione dell'obbligo di riservatezza e deontologico, oltre a un problema di protezione dei dati. La responsabilità della conformità resta del professionista in qualità di titolare del trattamento: il fornitore dell'AI non se ne fa carico.
Come posso usare l'AI senza esporre i dati dei clienti?
Inviando all'AI solo testo già privo di dati identificativi: nomi, codici fiscali, IBAN, indirizzi sostituiti con segnaposto coerenti. Meglio ancora se la sostituzione avviene in locale, sul tuo dispositivo, così l'originale non lascia mai lo studio.
Devo informare il cliente se uso l'AI sulla sua pratica?
Sì. La L. 132/2025 introduce per il professionista il dovere di informare il cliente sull'uso di sistemi di intelligenza artificiale. È un obbligo distinto ma complementare a quello di riservatezza: informare non basta se poi i dati escono in chiaro.